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La guerra speciale della tv di regime

All'indomani delle elezioni che hanno visto la sconfitta di Milosevic, torna il diario della drammaturga serba più dura contro il regime. Di Biljana Srbljanovic.

Settembre 2000: riprende sul quotidiano La Repubblica, il Diario di Biljana. Raccolta di Allarme Scientology, pagine a cura di Martini.

© La Repubblica.

Belgrado (11 ottobre) Oggi finalmente è stata resa nota pubblicamente l'autentica confessione pubblica di quelli che, nel momento decisivo, giovedì verso le sei di sera, si sono trovati nell'edificio della sede televisiva nazionale, un tempo pro-regime. Questa televisione non è solo una comune emittente. Con potenti trasmittenti che coprono l'intero territorio, con un'immensa infrastruttura e logistica, i redattori e "lavoratori" della Radio- Televisione della Serbia hanno condotto per anni una guerra di propaganda di massa con conseguenze imprevedibili.

Questo aspetto di una guerra speciale è arrivato fino ai limiti estremi quando, l'anno scorso, una bomba della Nato ha colpito intenzionalmente l'edificio della RTS, uccidendo 16 persone. Dunque, tanto quanto è grande il reato dei capi della Nato che, comunque, hanno scelto un obiettivo civile come bersaglio legittimo, almeno altrettanto grave è il reato dei direttori e redattori di questa sede televisiva, che, minacciando il licenziamento, quella notte non hanno concesso agli impiegati di lasciare l'edificio e in tal modo, praticamente, li hanno sacrificati consapevolmente e intenzionalmente.

Adesso, in questa rivoluzione, la ruota della fortuna si è girata e le violenze che questa sede televisiva e le persone che ci stavano hanno incoraggiato e causato, si sono rivolte contro di loro. Immediatamente, dato che il parlamento è "conquistato", i dimostranti, con le escavatrici in testa, sono andati verso l'edificio della televisione, che si trova a soli cento metri dal Parlamento Federale. Abbiamo visto le registrazioni più tardi e adesso sappiamo tutto. La polizia spara e lancia i lacrimogeni, la gente dà fuoco all'edificio, lo assalta coraggiosamente e quasi lo demolisce, mandando fuori le persone come si fa con le lepri, col vecchio metodo del cacciatore: col fumo e col fuoco. Ma quel che fino ad oggi non abbiamo saputo è com'erano le cose da dentro. Mentre coi disordini in strada si distruggeva tutto quel che ci si trovava davanti, nel loro programma veniva trasmesso il telegiornale, in cui i principali militi della macchinaria propagandistica dicevano menzogne, ignorando completamente i fatti in strada. Chiunque cercasse in qualche modo di far notare ai "boss" che forse sarebbe stato più intelligente scappare, riceveva di tutta risposta che era «proibito diffondere il disfattismo» e che «la nostra polizia ucciderà questa marmaglia». Ad ogni modo, qualcuno, indipendentemente dagli ordini, ha cercato di scappare, ma tutte le porte erano chiuse. Regnava il panico quando la cuoca, improvvisamente, è entrata in lacrime in redazione, dicendo che l'edificio bruciava e che i dimostranti erano a pochi passi da loro.

I DOS, ragazzi sobri, coraggiosi e onesti, sono anche i soli che prendendosi delle botte, hanno fermato la giustificata rabbia dei dimostranti. Dicono che fra loro ci fosse anche un genitore di un operaio ucciso dalla bomba Nato, che, anche se aveva moltissime ragioni personali per vendicarsi contro chi ha costretto suo figlio a restare lì ad aspettare la morte, comunque ha acquietato le cose.

I famigerati annunciatori vengono presi per i capelli e prendono anche qualche ceffone; tutti fuggono qua e là, ma quel salvataggio dei DOS ha reso possibile ai più minacciati, al di là di tutto, di arrivare fino a casa. Il momento più impressionante è quello in cui, piangendo a causa del gas lacrimogeno, un uomo è corso ad aiutare un redattore, gli ha dato un elmo da minatore e lo ha condotto al sicuro. E poi gli ha chiesto, in modo assolutamente normale e sincero: «Perché avete avuto bisogno di tutto questo?». Poi si è rivolto al resto della gente e ha detto semplicemente: «Siamo persone, non animali. Mi dispiace per quest'uomo, chiunque egli sia».

 
 
Se avessimo saputo la verità sul Kosovo

Belgrado (12 ottobre) Ieri, dopo cinque mesi di reclusione nel carcere militare, il giornalista Miroslav Filipovic è stato rimesso in libertà. Quest'uomo rispettabile è stato condannato a sette anni di reclusione per "spionaggio e diffusione di notizie false" così si diceva nella sentenza; e tutto questo perché, durante i bombardamenti della Nato dell'anno scorso, ha pubblicato su media stranieri e su internet dei testi riguardanti gli avvenimenti del Kosovo. Avendo fonti attendibili fra le formazioni paramilitari e militari, Filipovic ha dato testimonianza dei crimini commessi ai danni di cittadini civili, albanesi e serbi del Kosovo. A causa della verità che ha reso nota, dopo poco meno di un anno, all'epoca della più grande oppressione esercitata da Milosevic sui media e sulla libertà d'espressione, in un processo che è durato solo due giorni, Filipovic è stato condannato, come esempio. Per intimidazione. In modo che nessuno si azzardi più nemmeno a pensare di collaborare con i media stranieri, a scrivere e dire la verità.

La cosa più grave in assoluto è che Filipovic è stato condannato per un'attività così vergognosa quale è "lo spionaggio ai danni del proprio paese", che abbia ricevuto il marchio del traditore. Dal giorno del verdetto tutto il pubblico indipendente ha fatto pressione affinché questo giornalista venisse rimesso in libertà. La sua famiglia ha molto sofferto per questa umiliante situazione. La cosa più triste in assoluto è stata che i testi di Filipovic erano pubblici, accessibili proprio a tutti; questo era il loro scopo: informare il pubblico circa i crimini commessi in Kosovo. Quanto è ironico e terribilmente ingiusto - per non dire illogico - condannare per spionaggio qualcuno che ha condiviso tutto quello che sapeva con tutto il pubblico! Perché, per quel che ne so, una spia è una persona che vende informazioni segretamente. Un giornalista è invece una persona che ha il dovere di rendere note le informazioni importanti.

Quando, qualche mese fa, la radio B 92 ha trasmesso la testimonianza della vedova del famoso avvocato kosovaro Keljmedij, in cui con freddezza e senza giri di parole raccontava che, proprio all'inizio della guerra, una mattina all'alba, i paramilitari serbi avevano portato fuori di casa suo marito e due figli minorenni e avevano tirato al bersaglio, crivellandoli uno per uno con una ventina di proiettili a testa, a tutti noi si è ghiacciato il sangue nelle vene. "Se lo avessimo saputo", abbiamo detto. Davvero, se lo avessimo saputo, almeno una parte del pubblico si sarebbe sollevata, avrebbe almeno tentato di fermare questa violenza. Ma non sapevamo, non potevamo sapere, perché tutto lo spazio dei media era controllato o da Milosevic o dalla propaganda della Nato. Allora, e c'era la guerra, nessuno osava cercare la verità, erano pochissimi quelli che si azzardavano a renderla nota. Miroslav Filipovic è stato uno di loro. Per questo è stato in carcere, aspettando di morire prima dello scadere della pena settennale. Quando è stato rimesso in libertà, c'è stato un istante davvero commovente per noi. Ma si è aperta la questione di tutti gli altri che si trovano tuttora nelle carceri: la poetessa albanese Flora Brovina, gli appartenenti alla resistenza, i giornalisti, i cittadini comuni, gli studenti albanesi ed altri. Adesso il pubblico fa pressione affinché queste persone, che sono più di un migliaio, ricevano la grazia in via d'urgenza. E questo si farà senz'altro. Filipovic pensa di essere fortunato per aver "scontato" solo cinque mesi. Alcuni albanesi sono in carcere dal maggio del 1999. E se un domani verranno rilasciati, non saranno felici di avere scontato "solo" un anno e mezzo. No, non saranno felici, perché sono in carcere esclusivamente a causa della loro nazionalità. E sono sicura che non vorranno rimanere in questo paese. Se ne andranno via in fretta e furia con un solo sentimento nel cuore: l'odio per tutti noi. Anche se abbiamo combattuto pure per la loro libertà; questo non è affatto sufficiente. Ma finché ci saranno persone come Filipovic, io continuerò sempre ad amare il mio paese.
(Traduzione a cura del gruppo Logos)

 
 
Il film dell'orrore è arrivato alla fine

Belgrado (13 ottobre) Nonostante un clima ancora turbolento, nonostante gli ex potenti dell'ex-regime siano ancora, almeno formalmente, operativi sulla scena politica, tutto si sta lentamente calmando. Quando e come saranno indette le nuove elezioni per il Parlamento serbo, quando il governo serbo sarà rimosso insieme a tutti i direttori, rettori universitari, magistrati e altri che hanno collaborato con Milosevic - è solo questione di tempo, abilità politica e soprattutto pazienza.

Io di pazienza non ne ho più, sono nata con questo difetto, l'irruenza nel reagire e nel pensare è il mio modo di essere. Per questo motivo non mi sono mai interessata di politica. Ma come semplice cittadino, con la mia impaziente pressione, cerco di accelerare le cose. E' bello seguire i notiziari in questi giorni, si sentono quasi solo informazioni positive. Gli investimenti stranieri, il rientro nella comunità mondiale, gli aiuti, la piena riabilitazione e - la cosa più importante per noi impazienti - tutto velocemente e senza indugi.

E' bello accendere la Tv e scegliere un canale a caso, e poi ascoltare queste notizie. Bello, ma anche noioso. Io aspetto, scalpitando, il momento in cui tutte queste promesse diventeranno realtà. Da semplice cittadino ho combattuto per avere una vita migliore e il momento è finalmente arrivato. Naturalmente, l'inquietudine che la presenza di Milosevic crea, anche se si è defilato, non mi permette di rilassarmi e staccare la spina. La sensazione è quella di un film dell'orrore: siete finalmente convinti che l'eroe buono abbia sconfitto il mostro, che giace immobile, privo di forze, finalmente innocuo, e allora il nostro eroe gli volta le spalle per riposarsi, fumarsi una sigaretta, fare una dormitina, quando nel buio al mostro sconfitto si illuminano all'improvviso gli occhi.

Questo decennio, più che a un ordinario film del brivido assomigliava a uno spettacolo horror, in cui la paura era diventata normale. Per questo tutti noi abbiamo sviluppato il riflesso condizionato di non voltarci mai, di non addormentarci mai, finché il mostro non sarà al sicuro, cioè dietro le sbarre. Nonostante tutto, questa è solo un'immagine sbiadita di quell'antica paura. Parlo con gli amici delle ex- repubbliche jugoslave che hanno vissuto un processo simile. Loro mi dicono: «Non gioire troppo in fretta, questo è solo l'inizio, c'è per voi ancora tanta strada da fare ...». E io lo so, nella mia impazienza lo comprendo meglio di loro, ma mentirei se dicessi che non mi sento liberata.

Nella mia vita privata ci sono stati molti cambiamenti di ordine pratico: non ci sono più sgradevoli sensazioni per le conversazioni telefoniche ascoltate, non c'è più tristezza per il fatto che potrei perdere il lavoro perché sto scioperando per difendere i miei studenti, non ci sono più occhi indiscreti a controllare le mie e-mail, non c'è più bisogno di nascondere i soldi, non c'è più panico nell'acquistare scorte di cibo, candele, acqua potabile, non c'è più l'inspiegabile irrequietezza nell'incontrare un uomo in uniforme, persino se si tratta di un vigile, non c'è più quella aggressività in me, non c'è più timore di rientrare la sera a casa da sola - perché un pazzo seguace di Seselij potrebbe spaccarmi le ossa - non c'è più paura nel criticare pubblicamente il potere (il nuovo potere) e non c'è più un unico argomento da trattare durante i pranzi domenicali con mamma e papà. Ora possiamo, senza rimorsi, raccontarci aneddoti o semplicemente tacere, non c'è più quella forte necessità morale, quasi frustrazione, per la quale potevamo parlare di una cosa sola - della nostra "situazione" - della politica, delle guerre, degli orrori della nostra vita quotidiana.

Mi sto lentamente tranquillizzando, ma con cautela, perché la realtà non mi inganni. Sono abile nell'abituarmi al male, devo iniziare ad abituarmi al bene. Per noi, persone dagli anni scippati, sarà assai difficile. Sto pensando, in questi giorni, al decennio che mi è stato rubato. Penso cosa avrei potuto fare se fossi nata altrove in un altro momento. Penso che fra trent'anni gli unici ricordi della gioventù che avrò saranno le dimostrazioni, le guerre, la miseria e la violenza. E penso che nessuno potrà compensare ciò che ho perduto.

Nonostante tutto, sono immensamente felice: per il fatto di essere arrivata fino in fondo, a vedere la fine. Per questo motivo, il mio diario, iniziato nella tirannia e terminato in libertà, lo dedico alla memoria di tutti coloro che questa grazia del destino non l'hanno ricevuta. E mi appello a tutti voi affinché ricordiate tutti i morti ammazzati in queste guerre, e coloro che sono deceduti lottando fino all'ultimo per un tempo migliore, senza aver vissuto abbastanza per assaporarlo.
(Traduzione a cura del gruppo Logos)

 
 
 
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