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Marty Rathbun è il Nemico Pubblico N. 1 di Scientology. E gli sta bene

L'ex membro della chiesa e protagonista di Going Clear parla dei nemici che gli tendono i tranelli e incoraggia a parlare apertamente degli abusi di Scientology.

© di Jennifer M. Wood, The Esquire, 9 aprile 2015.
©Traduzione di Simonetta Po, aprile 2015.

 

Nonostante siano passate quasi due settimane dalla prima su HBO, si sta ancora parlando di Going Clear, il documentario di denuncia del premio Oscar Alex Gibney sulla Chiesa di Scientology e i suoi membri, che dice parecchio sulla fascinazione del pubblico per la filosofia di L. Ron Hubbard, molto nota ma poco compresa. Il film ha anche messo sulla difensiva, o in modalità d'attacco, se preferite) la chiesa stessa. È una posizione che Mark "Marty" Rathbun comprende molto bene.

In quanto ex dirigente di alto livello della chiesa, Rathbun che appare in Going Clear di Gibney negli ultimi dieci anni ha cercato di rappacificarsi con i 27 che ha trascorso nella Chiesa di Scientology (vi aderì nel 1977), tra cui un certo periodo al vertice del movimento. Oltre a gestire un blog popolare, Rathbun è in collegamento e ha assistito altri ex membri della chiesa, che ha anche incoraggiato a parlare apertamente. Il che lo ha reso il Nemico Pubblico Numero 1 di Scientology. La cosa gli sta bene, come ha spiegato nella sua recente intervista a Esquire.

Che cosa ti affascinò di più in Scientology quando la incontrasti per la prima volta sulla tua strada?

Restai coinvolto negli anni '70 grazie a un corso di comunicazione. Era una cosa davvero pratica che aumentava la concentrazione e la capacità di comunicare agevolmente. Fu quello ad attrarmi.

Hai lasciato la chiesa nel 2004. Il film insiste sul concetto di espulsione o "disconnessione" dalla chiesa. Ma quando uno decide di andarsene di sua volontà, c'è un modo formale per farlo?

Sì, ma dipende da molte cose. È un modo davvero bizantino e complicato, dipende dal tuo status, se sei uno staff e a di che livello, o se non sei staff. Ma detta in parole povere: se non ti adegui, se sei critico, se in qualche modo esprimi le tue critiche e insisti, allora vieni etichettato "persona soppressiva". E quando vieni etichettato così, allora in base a una direttiva esistente da molto tempo tutti gli altri scientologist devono disconnettere da te in qualsiasi forma, anche comunicativa o associativa.

Qual è stata per te la parte più dura dell'abbandono?

È stato dover lasciare mia moglie. Ho trascorso gli ultimi 10 mesi cercando in qualche modo di venire a patti con il fatto che dovevo andarmene per la gravità estrema degli abusi che si stavano verificando. Lei era una scientologist di seconda generazione e decise di restare.

Dopo aver lasciato la chiesa hai iniziato a lavorare con altri ex scientologist in quello che hai descritto come una specie di "programma riabilitativo". Ci sono insegnamenti o lezioni apprese nel tuo periodo nella chiesa che mantieni ancora oggi?

In realtà, no. Negli ultimi sei anni ho dato assistenza agli ex membri e li ho aiutati a reintegrarsi; ho anche fatto moltissima ricerca per smontare Scientology pezzo per pezzo. È interessante che tu mi faccia questa domanda adesso, perché la settimana scorsa ho fatto un'intervista con Larry Flick di Morning Jolt su Sirius XM e ne ho parlato approfonditamente. Ho cercato di fare quello che hai detto, ho cercato di conservare alcuni di quelli che per me sono stati gli insegnamenti più importanti, ma mentre decostruivo la materia ho scoperto che di originale non c'era nulla. Proprio di recente ho completamente riconosciuto che avevo chiuso il cerchio e non attribuisco più [quelle idee] a Scientology. Perché ho scoperto le loro origini, la fonte.

Tra te e gli altri ex membri non vedi un filo comune sul perché si prende la decisione finale di abbandonare la chiesa, o su ciò che avete provato dopo esservene andati?

Scientology è una bolla molto efficace, ma ciò che ho trovato non efficace è questo vero e proprio meccanismo di difesa che si istalla nella mente delle persone. Penso davvero che tutti quelli con cui ho avuto a che fare, e da quando me ne sono andato ne ho incontrati a centinaia, direbbero che se ne sono andati per gli abusi che hanno visto o a cui hanno preso parte il cui effetto ha avuto più importanza dei benefici. Ed è questa la morale dell'analisi finale. In termini di esperienza comune, c'è un... ed è che ci si impegna tanto a creare questa bolla con la direttiva della disconnessione e le persone soppressive e così via, che alla fine sei completamente solo. È studiato per renderti completamente solo. Quando esci non trovi chi possa condividere la tua esperienza. Negli ultimi cinque o sei anni la mia "redenzione" è consistita nel contribuire a fare in modo che la gente potesse parlare in sicurezza, è stata mettere in contatto le persone in modo che potessero condividere le loro esperienze. E credo sia il primo passo per aiutare il prossimo a decomprimersi e reintegrarsi.

L'idea che noi, opinione pubblica, abbiamo o sentiamo su Scientology proviene da ciò che raccontano membri famosi come Paul Haggis o Leah Remini quando abbandonano la chiesa. Allora diventano storie importanti. Ma chi lascia la chiesa resta per lo più in silenzio sulla questione?

Sì. Se ne vanno in punta di piedi, in muta disperazione. Prima di rendere pubblica la sua lettera sul mio blog, Paul Haggis comunicò privatamente con me per parecchi mesi. Successe un anno prima che Haggis parlasse con Larry Wright, [autore del libro Going Clear]. È un processo. È un tipo di processo molto intimo, personale, uno-a-uno. Perché nessuno capisce di che cosa stai parlando; Jason Beghe nel film lo ha detto in un paio di frasi, ha detto che adotti questa griglia di pensiero che non ti appartiene. In parte adotti una classificazione linguistica, una microlingua... ma i suoi ingredienti essenziali non sono originali. Sembrano così solo perché c'è questa microlingua completa che è parte integrante di quel contesto, di quella griglia di pensiero.

La percezione pubblica è che si tratti soprattutto di una sorta di plagio. Tu sei d'accordo, o è qualcosa di più complicato?

Credo che quel termine sia esplosivo. E credo che quello che uso io sia forse altrettanto esplosivo, ma più tecnico, ed è "controllo mentale". Tutti i sistemi di miglioramento mentalmente molto chiusi hanno per certi versi quegli elementi. Credo che Scientology sia parecchio estrema in questo senso e crei questa bolla.

La Chiesa di Scientology fu fondata oltre 60 anni fa, un periodo molto lungo di cui trattare in un documentario di due ore. C'è qualche parte della storia, o dell'esperienza di esserne membro, che non è stata trattata dal film e di cui tu avresti voluto parlare? O che secondo te era da approfondire maggiormente?

No. Voglio dire, sai che ho scritto oltre 1300 post. E anche tre libri, ne sto scrivendo altri due poi l'avrò espulsa del tutto [ride]. Ma compaio nel film per un totale di 3-5 minuti. Quello di Gibney è il lavoro di un esterno [e] ritengo abbia fatto un lavoro magistrale. Alla fine vado contro il buon senso e dico: «Tutto questo influenzerà i membri attuali e influenzerà la chiesa». Ma non lo penso. Ciò che succederà è che un sacco di persone esterne alla chiesa che potrebbero avere interesse per Scientology sapranno quali sono le conseguenze dell'affiliazione. Perché [Gibney], in modo emotivo ma molto fattuale, fa la cronaca di ciò che è il prodotto finale oggettivo. Abbiamo a che fare con una materia molto soggettiva, per cui bisogna osservare il risultato oggettivo.

Se tu fossi ancora membro della chiesa, guarderesti un film del genere?

Come funzionario di alto livello, sì. Perché dovrei gestirne le ricadute. Ma chiunque non sia responsabile di quel tipo di gestione non lo guarderebbe.

Nel film Jason Beghe ti descrive come il "Michael Jordan" dell'auditing, che probabilmente per un esterno è una delle parti più affascinanti di Scientology. Come descriveresti quel processo, sia dal punto di vista dell'auditor che della persona audita?

Ne ho appena discusso su Underground Bunker di Tony Ortega, che è un punto di riferimento interessante. Anche lui ha sollevato la questione "Michael Jordan" e gli ho risposto: «Beh, è un bel riconoscimento dopo tutti questi anni!» Poiché ho continuato a dare consulenza fuori dalla chiesa, mi sono chiesto che cosa mi distinguesse o spingesse la gente a dire «Hei, [Marty] è davvero bravo». E ho capito che in tutta questa cosa complicata e sofisticata, ciò che mi distingueva era la capacità di istillare fiducia nella gente. E dopo aver studiato un sacco delle fonti che hanno influenzato Hubbard, sono giunto alla conclusione finale che lui non ha mai inventato niente. Quella roba era in circolazione da molto prima che a lui venisse l'idea di diventare un guru... Così nella misura in cui riesci a ispirare qualcuno, a dargli fiducia, allora lo farai sentire bene. Che lo chiami Scientology o Rastafaria, poco importa. Comunque lo chiami, il processo è lo stesso.

Avendo parlato tanto spesso e tanto pubblicamente, ora la chiesa ti considera una specie di bersaglio. Ti sei mai rammaricato di averlo fatto?

Beh, sono qualcosa di più di "una specie di bersaglio". Negli ultimi cinque anni sono stato IL bersaglio.

Vero.

Una delle cose che mi ero prefisso di raggiungere fin da quanto cominciai a parlare apertamente, e che in un certo senso ho promosso, è che chiunque resti sotto i radar e scriva sui forum in modo anonimo non ha un impatto su Scientology. Ciò che si ottiene è liberare risorse così che se la prendano con chi si firma. Ho spinto perché la gente si facesse avanti così da contarci, e lo hanno fatto letteralmente centinaia di persone. Ciò che prevedevo si è avverato e quando un certo numero si è fatto avanti, non hanno più avuto risorse per tappare tutti i buchi della diga. Ciò che hanno chiaramente fatto è stato investire tutte le loro risorse nel prendersela molto pubblicamente con chi diceva a tutti di non avere paura. In termini di rimpianti, la risposta è no. Direi che ho ottenuto ciò che mi ero prefisso di ottenere e l'ho fatto oltre un anno fa, anche con l'intervista [per Going Clear]. Quando vedi il film, il mio atteggiamento e le mie risposte saranno meglio contestualizzate. Ne ho veramente abbastanza di tutta questa roba, ma non mi lasceranno in pace [ride]. È frustrante, ma non ho rimpianti perché era qualcosa che dovevo fare.
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Hai mai dei contatti diretti con i membri della chiesa, oppure devi passare sempre per vie traverse?

Sì. Voglio dire, negli ultimi quattro mesi ho messo su Youtube due video delle trappole che mi tendono queste persone, uno all'aeroporto di Los Angeles e uno in uno studio cinematografico, uno dei quali è diventato virale. Aspettano e si appostano, stanno in agguato, probabilmente mi stanno spiando anche in questo momento. Non sento nulla poi all'improvviso, magari qualche mese dopo, sono in aeroporto e vengo circondato da quattro persone. Mi vengono a dieci centimetri dalla faccia con le loro telecamere e mi urlano i loro insulti. È una forma di guerra psicologica.

 
 
 
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