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Cina: la porta proibita

Di Tiziano Terzani.

Tratto dalla prefazione a La Porta Proibita. Longanesi & C., 1984-1999, ISBN 88-462-0086-1.

Diventai Deng Tiannuo nel 1968.

A quel tempo la Cina era nel mezzo della Rivoluzione Culturale e Mao a Pechino era la scintilla che accendeva la fantasia della gioventù occidentale ispirata dal suo messaggio antiautoritario.

Vista da lontano, la Cina appariva come il paese più creativo e Mao un genio impegnato nel più grande esperimento di ingegneria sociale che l'umanità avesse mai tentato: la ricerca di una società più giusta e più umana.

Da che mondo è mondo le giovani generazioni si sono sempre lasciate affascinare dalle idee nuove e spesso hanno dimenticato di considerare le conseguenze che quelle causano nella pratica. La mia generazione non fu da meno e molti furono affascinati dalla grande illusione rappresentata da Mao e dalla sua Cina. Se il nostro era un mondo vecchio e imperfetto, se le speranze del passato erano state frustrate, ecco una nuova occasione. La Cina non sarebbe stata un'altra Unione Sovietica o un'altra Cuba. La Cina era qualcos'altro.

E così la Cina divenne un mito, appunto "il mito dell'altro".

Io volli andare a vederlo coi miei occhi e mi preparai studiando la lingua, la storia, la politica cinese e dandomi un nome cinese, Deng Tiannuo, in modo da essere meno straniero quando mi fosse finalmente toccato di vivere fra cinesi.

Mi ci vollero anni di attesa, perché a quel tempo solo pochi fidati ed eletti venivano ammessi in "paradiso". Dovetti aspettare che Mao morisse e che Deng aprisse le porte della Cina per far rotta con la famiglia verso Pechino.

Ci arrivai nel gennaio 1980 e mi fu subito chiaro che la realtà era meno affascinante dei sogni. Andai a cercare quella speciale forma di socialismo che si diceva fosse stata costruita in Cina, ma non trovai che le rovine di un esperimento fallito malamente. Andai a cercare quella nuova cultura che doveva esser nata dalla rivoluzione e non trovai che i mozziconi di quella vecchia, splendida cultura che nel frattempo era stata sistematicamente distrutta.

Fra le varie porte che Deng aveva aperto c'erano anche quelle dei campi di concentramento, dei campi di "rieducazione attraverso il lavoro" in cui almeno venti milioni di intellettuali erano finiti a causa del loro disaccordo col regime. Incominciai così a incontrare quelle che erano state le vittime della follia di Mao e ben presto capii che il sogno di Deng Tiannuo era stato l'incubo della Cina.

Leggere, a tavolino, nell'ovattata atmosfera della Columbia University a New York, gli slogan di Mao, tipo: "Non tagliate le teste della gente perché non sono come i cavoli che ricrescono", era stato di grande ispirazione; diverso era scoprire, sul posto, che un sacco di teste erano state tagliate, che un sacco di gente era stata torturata e che, alla fine della cosiddetta "Rivoluzione Culturale", la Cina era ridotta a un deserto affollato da gente impaurita e disorientata.

Al contrario di quella di Mao, la Cina di Deng Xiaoping si lasciava vedere da vicino. La gente parlava quasi liberamente e per un po' persino i muri raccontavano storie di ciò che era veramente accaduto. Il "muro della democrazia" divenne una delle migliori fonti.

Fu un momento particolare, un'occasione unica che non si poteva perdere e così viaggiai, viaggiai dovunque mi fu possibile, dall'angolo più occidentale della Cina, nella provincia del Xinjiang, alla punta più orientale, nella provincia dello Shandong, dalla Manciuria del Nord all'isola tropicale di Hainan nel Sud. Non sempre fu facile, perché l'atteggiamento dei funzionari comunisti cinesi non era in fondo molto diverso da quello del mandarino dell'Ottocento che, incontrando per la prima volta uno straniero che parlava cinese, si rivolse al proprio seguito e chiese: "Chi è il traditore che gli ha insegnato la nostra lingua? "

Tentai di vivere in una normale casa cinese, in un quartiere cinese, ma mi fu assolutamente impossibile. Gli stranieri possono abitare solo entro il recinto del cosiddetto "quartiere diplomatico", le cui porte d'ingresso sono giorno e notte guardate da poliziotti armati e dove ogni movimento di chi entra e di chi esce viene registrato.

Cercai di conoscere dei cinesi, di avere rapporti con loro, ma anche questo si dimostrò complicato perché ogni contatto "non ufficiale" fra uno straniero e un cittadino della Repubblica Popolare Cinese è un contatto "illegale", anche se nessuno ricorda la legge che sostiene questo.

Un anziano e colto signore, che avevo incontrato un paio di volte poco dopo essere arrivato a Pechino e da cui volevo prendere lezioni di calligrafia, mi fece sapere, attraverso un comune conoscente, che non dovevo più farmi vivo con lui. Era stato chiamato dalla polizia e gli era stato detto che poteva, sì, continuare a vedermi, ma a condizione che ogni volta scrivesse un rapportino su quanto s'era fatto e s'era detto. Per lui questa era un'umiliazione troppo grossa e così non ci si vide più.

Nella Cina di oggi un giornalista straniero che voglia incontrare un qualsiasi funzionario o semplicemente vedere uno scrittore, un pittore, un professore universitario o un operaio di una fabbrica deve anzitutto presentare una domanda scritta a un apposito ufficio. Se il permesso viene accordato, l'incontro si svolge nella solita stanza dei ricevimenti che ogni ufficio, fabbrica, scuola, ospedale o caserma possiede, dove tutti stanno seduti su poltrone coi pizzi bianchi, alla presenza del segretario del partito locale, con qualcuno che prende nota delle domande e delle risposte. Questa procedura mi fece presto passare la voglia di incontrare la gente passando per la via ufficiale e così mi misi alla ricerca di una mia via per conoscere la Cina.

Cominciai a viaggiare in treno, ma non negli speciali scompartimenti a "sedili morbidi" per stranieri, bensì in quelli a "sedili duri" dove stanno i cinesi. Cominciai a girare in bicicletta attraverso le province incontrando così gente comune, ascoltando semplici contadini che raccontavano le storie dei loro villaggi e delle loro famiglie. Essendo interessato ai vecchi giochi e passatempi di Pechino, mi misi ad allevare grilli e piccioni e a frequentare i piccoli mercati della capitale, dove incontravo regolarmente dei vecchi che m'insegnavano quell'arte antica di fare "concerti" con gli animali.

Lentamente venni a conoscere una splendida, umana Cina, una Cina su cui non avevo molto sognato, ma una Cina molto più vera e particolare di quella che i funzionari del governo e la stampa del regime presentavano al mondo esterno.

In questo modo feci anche le mie piccole scoperte: in Tibet, per esempio, mentre il resto del gruppo con cui ero costretto a viaggiare andava a visitare la solita fabbrica "Bandiera Rossa", io, con una bicicletta presa in prestito, riuscii, da solo, a raggiungere il posto dove avvenivano i "funerali del cielo", un'antichissima cerimonia che le guide cinesi dicono non esista più e in cui i corpi dei morti tibetani vengono tagliati a pezzi e dati in pasto agli avvoltoi.

Ma, così facendo, lentamente mi allontanai dalla via che mi era stata assegnata e, come nella favola del castello magico in cui l'ospite sa che può fare tutto tranne che aprire una certa porta perché altrimenti libererebbe gli spiriti malvagi, io non potei che aprire quella porta. E puntualmente gli spiriti malvagi mi saltarono addosso.

Dopo più di quattro anni in Cina, fui arrestato, interrogato e per un intero mese, come fossi un cinese, fui rieducato. Eppure, proprio perché venni trattato come un cinese, mi fu data la straordinaria possibilità di un ultimo, eccezionale viaggio: questa volta nel cuore di tenebra della Cina. Improvvisamente mi trovai come inghiottito nel ventre della balena e costretto a fare l'esperienza di quel potere poliziesco di cui avevo solo sentito parlare e che, nonostante gli enormi cambiamenti avvenuti di recente nel paese, resta il terrore di un miliardo di cinesi.

Alla fine, accusato di un crimine che non avevo commesso, fui espulso.

Lu Xun, il grande scrittore della Cina prerivoluzionaria, l'aveva già detto alcuni decenni fa: "Quando vuoi affogare un cane, accusalo d'avere la rabbia". La mia "rabbia" è stata la pretesa di rompere il muro che mi separava dalla realtà del paese. Il mio crimine è stato quello di aver scritto di una Cina non addomesticata. Il mio crimine è stato l'aver cercato una via d'uscita dal labirinto di proibizioni e tabù che avrebbero dovuto tenermi lontano dalla gente.

Il mio crimine è stato l'aver provato a essere un uomo fra uomini, l'aver cercato di scrollarmi di dosso quell'insopportabile sensazione di essere sempre uno straniero fra cinesi.
 

HongKong, 1984.

 
 
 
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