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Contributo clinico su un caso di follia indotta e su un caso di plagio
 
A cura di Maurizia Benedetti, Giorgio Cavaleri, Gianna Poggi, Giovanni Soldi. Indagine condotta presso il Servizio di Salute Mentale USL 7, Savona.
 
Tratto da La persuasione socialmente accettata, il plagio e il lavaggio del cervello, Vol. I, a cura del Dott. Mario di Fiorino, Centro Studi di Psichiatria & Territorio, Forte dei Marmi (Lu). 1990-1991.
 
 
 
 
 
La categoria concettuale del plagio già eliminata nel 1981 dal nostro codice penale, non costituisce oggi un punto di riferimento né giuridico né psichiatrico: i suoi elementi costitutivi peraltro, come appare dal caso riportato, possono ritrovarsi in situazioni valutabili in termini psicodinamici-psicopatologici, con tutta la varietà delle diverse situazioni cliniche, senza dovere rappresentare una entità a sé stante.
 
 
Un caso di follia indotta
 
Margherita è una ragazza di 14 anni, indirizzata al Servizio di Salute Mentale per una sintomatologia caratterizzata da fobia per la scuola, tendenza all'isolamento, dismorfofobia, tratti di tipo anoressico. Il nucleo familiare è composto dalla ragazza, dalla madre e dalla nonna materna. Margherita è nata da una relazione occasionale della madre con un militare.
 
La madre, nata da un rapporto incestuoso, ricoverata più volte in O. P., presentava all'epoca una sintomatologia psicotica con aspetti difettuali, ritiro autistico, perdita della iniziativa, dipendenza dalla propria madre per quanto attiene alle necessità della vita quotidiana.
 
La nonna è il capofamiglia ed ha chiesto e ottenuto i sussidi sociali per la figlia e la nipote: oltre ad accudire la casa, lavora come lavascale, nonostante abbia 73 anni. Controlla in ogni aspetto della vita quotidiana la figlia e la nipote. Queste sono chiuse in casa e a suo dire si rifiutano di vedere chiunque. Margherita passa molte ore nel bagno dove alleva due canarini in gabbia, con i quali parla a lungo e che considera "i suoi bambini", non si affaccia mai alla finestra, tanto che la nonna ha potuto raccontare ai vicini di casa che la nipote lavora in un'altra città. La nonna supplica gli operatori "per evitare disastri", di non insistere a voler visitare le due donne recandosi presso la loro abitazione. Questa situazione di immobilità del quadro familiare si è protratta per circa cinque anni, e si è modificata quando terapeuti, riesaminando il caso, hanno deciso di intervenire in modo più attivo, condizionando il proseguimento dei contributi economici ad una possibilità di entrare in relazione diretta con Margherita e la madre nella loro abitazione.
 
Dopo un atteggiamento iniziale di grosso timore e sfiducia i colloqui sono stati possibili ed hanno evidenziato la possibilità della ragazza di entrare in contatto con l'esterno. Le visite furono poi ben accolte ed aspettate da Margherita che di volta in volta appariva meno rigida e più desiderosa di comunicare. Il desiderio di uscire fu verbalizzato: "Non starò mica tutta la vita in casa come mia mamma che non è più uscita da quando sono nata io?".
 
Dopo un anno e mezzo la nonna ha subito un grave trauma (la rottura del femore) che ha reso indispensabile il ricovero; con il suo allontanamento da casa si è determinato un repentino e sorprendente cambiamento del comportamento della ragazza; Margherita si è messa in contatto direttamente con il Servizio, è uscita di casa, ha cominciato ad occuparsi in prima persona della gestione familiare, anche per i contatti con enti o agenzie di servizi (installazione del telefono e del citofono, domanda per assegnazione di case popolari, ecc.).
 
Questo comportamento si è mantenuto su di un buon livello di efficienza anche dopo il ritorno a casa della nonna, al punto che dopo circa due anni si è potuto ritenere concluso il rapporto con il Servizio, di comune accordo con Margherita.
 
 
 
Commento al caso
 
I processi fisiologici di separazione ed individuazione propri della età adolescenziale di Margherita, hanno suscitato un grande allarme della nonna: si può ipotizzare dalla consultazione dei risultanti dei dati namnestici, che lei stessa non abbia potuto sperimentare positivamente un processo di autonomizzazione nella propria adolescenza.
 
Anche la scelta di un partner incestuoso sottolinea la sua difficoltà ad un investimento d'amore esterno alla famiglia di origine. Si è inoltre rilevato dalla storia clinica dei precedenti ricoveri in O. P. della madre di Margherita, come la nonna avesse interferito attivamente nel processo di sviluppo della figlia, limitandone fortemente l'autonomia. Aveva quindi la necessità di ostacolare la crescita della nipote, organizzando e presentando come malattie invalidanti aspetti fisiologici della problematica adolescenziale come la dismorfofobia, le variabili del comportamento alimentare e relazionale.
 
Gli operatori avevano colto solo successivamente il significato assistenziale e non terapeutico del loro intervento che rifletteva l'impossibilità propria della nonna a riconoscere ed elaborare i bisogni di autonomia di Margherita con un atteggiamento volto più ad un mantenimento dello status quo che alla possibilità di un processo trasformativo. D'altra parte anche Margherita aveva colto in questo atteggiamento della nonna, rinforzato dall'intervento del Servizio, la possibilità di evitare il dolore e le difficoltà che accompagnano il processo di crescita e di trasformazione propria della adolescenza.
 
Successivamente, il diverso modello di identificazione proposto dagli operatori ha consentito a Margherita di poter riprendere il processo di separazione ed individuazione che era stato differito così a lungo.
 
 
 
Un caso di plagio
 
Presentiamo ora un caso estratto da una recente sentenza pronunciata a una corte di Assise Ligure. Riportiamo brevemente i fatti che vedono implicati Marta, 34 anni all'epoca dei fatti, casalinga, madre di tre figli e Carlo, 37 anni cognato di Vittorio, marito di Marta.
 
Carlo e Marta vengono riconosciuti colpevoli di "... aver cagionato volontariamente e con premeditazione la morte del rispettivo cognato e marito Vittorio...".
 
La vicenda si svolge agli inizi degli anni '80 nell'entroterra Ligure: Vittorio viene trovato cadavere in campagna, deceduto a seguito di colpi di arma da fuoco. Il cognato Carlo viene incriminato di tale omicidio dopo il ritrovamento nella sua abitazione dell'arma del delitto, malamente occultata insieme ad alcuni biglietti scritti di pugno dalla cognata Marta, su uno dei quali, datato 9/11/81, si leggeva: "Pomeriggio andrà in campagna - perciò non andare a lavorare - ti aspetto con tanta ansia - tanti bacioni dalla tua M. Ti aspetto a casa mia"; ed altro biglietto, datato 16/11/81 con scritto: "Oggi vai in campagna e spero che sistemerai tutto bene altrimenti non sei un uomo - ciao ti abbraccio - capito? - vai altrimenti non farti più vedere da me - ciao F.to M.".
 
Nel corso dell'istruttoria Carlo rendeva ampia confessione e dichiarava di avere una relazione con Marta da circa 9 anni. Successivamente Marta ammetteva "... di aver preventivamente concordato con Carlo..." l'uccisione del marito Vittorio, adducendo a motivazione del fatto, successivamente accertato dalla Corte, la sua "... vita di tormento e di tortura... " con il marito.
 
Il perito stabiliva, tra l'altro, che "... al momento di commettere il fatto Marta era pienamente in grado di intendere e di volere; Carlo, al momento in cui commise il fatto si trovava in stato di infermità mentale tale da scemare grandemente senza tuttavia escluderla, la sua capacità di intendere e di volere; Marta non era attualmente inferma di mente; attualmente Carlo era da ritenere "persona volubile in gracile di mente...". Il perito evidenziava inoltre che Marta si era resa conto che su Carlo il racconto delle sue sofferenze (relative alla sofferta vita coniugale) faceva particolare presa e ricorrente era il motivo delle sue lamentele circa il comportamento del marito.
 
Dalla perizia si legge inoltre: "... abbiamo potuto rilevare il lavoro psicologico fatto dalla donna sull'uomo. Le continue lamentele, i continui pianti erano argomenti che influenzavano negativamente Carlo, lo suggestionavano e lo spinsero al gesto delittuoso. Gracile di mente, non ha saputo e potuto resistere alle insinuazioni della cognata, che armava la mano di Carlo con una prolungata condotta di suggestione, battendo sul tasto della commiserazione che aveva intuito avere forte risonanza nell'animo dell'amante. Nei suoi confronti si è verificato quello che il PM ha chiamato "ricatto sessuale"; la minaccia di non avere più rapporti si ricollega all'invito a recarsi a casa sua per un rapporto d'amore la sera stessa del delitto; se non uccideva Vittorio la donna se ne sarebbe andata a vivere lontana presso dei parenti abitanti in altra nazione".
 
La Corte seguendo la relazione peritale, inquadrava il comportamento di Marta in quello di una personalità psicopatica disaffettiva: ("... gli psicopatici disaffettivi sono individui crudeli, aridi di risonanza affettiva, spietati e poveri di compassione..."); la Corte tenuto conto del comportamento e dei fatti relativi ai due imputati, ritiene equo infliggere ad entrambi il massimo della pena edittale per il reato di omicidio non aggravato: 24 anni di reclusione.
 
Tale pena va ridotta di un quarto per Carlo per la diminuente del vizio parziale di mente; "Carlo è personalità volubile in gracile di mente ed al momento del fatto era in stato di infermità tale da scemare grandemente, senza tuttavia escluderla la sua capacità di intendere e di volere... , ... Carlo ha una deficienza di critica e di giudizio che non gli permettono di valutare appieno l'entità e la gravità del reato commesso... ma egli mantenne vivo nel tempo il proposito criminoso, se pure per la continua suggestione di Marta...".
 
 
 
Commento al caso
 
Sugli elementi forniti dagli atti processuali, vogliamo ora formulare alcune ipotesi interpretative sotto il profilo psicodinamico psichiatrico. Rileviamo in Marta, i meccanismi di difesa psicotici propri delle psicopatia. La donna non è in grado di recidere il suo legame matrimoniale attraverso una separazione legale: può separarsi solo provocando la morte del marito. Si ha il passaggio dalla impossibilità di elaborare una separazione, in termini emotivi, all'atto concreto di annullamento della persona dell'altro.
 
D'altro canto la "volubilità e la gracilità mentale" di Carlo possono essere espressione di quegli aspetti emotivi su cui può avere fatto leva Marta. Possiamo supporre che Carlo sia una persona con una immagine di sé fragile, che attraverso la identificazione con il Sé idealizzato ed onnipotente (uomo forte che difende la sua donna) proposto da Marta perviene alla costruzione di un falso Sé momentaneamente soddisfacente. Anche qui sono presenti modalità di funzionamento psicotico: l'onnipotenza e la negazione di aspetti di realtà, non solo per l'incapacità di valutare la gravità dell'atto commesso, ma anche nella grossolana incapacità ad occultare le prove della sua colpevolezza.
 
Vogliamo sottolineare come la categoria concettuale del plagio già eliminata nel 1981  [1] dal nostro codice penale, non costituisce oggi un punto di riferimento né giuridico né psichiatrico: i suoi elementi costitutivi peraltro, come appare dal caso riportato, possono ritrovarsi in situazioni valutabili in termini psicodinamici-psicopatologici, con tutta la varietà delle diverse situazioni cliniche, senza dovere rappresentare una entità a sé stante.
 
 
 
Note
 
[1] Sentenza Corte Costituzionale 8/6/81 n. 96, pubblicata sulla Gazzetta Ufficiale n. 158 del 10/6/1981.
 
 
 
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