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La sofferenza farà di te un comunista migliore 

Di Jung Chang.

Estratti da Cigni Selvatici, Superpocket, ISBN 88-462-0090-X.

Mia madre cade in sospetto (1953-1956) 

[…]

Qualche settimana dopo il suo arrivo, a mia madre venne assegnato un lavoro. Fu consultato mio padre ma, secondo la vecchia tradizione cinese, non si chiedeva il parere della diretta interessata. Mio padre disse che qualunque incarico sarebbe andato bene, a patto che non la facessero lavorare alle sue dirette dipendenze, e così la mamma fu nominata responsabile del Dipartimento degli Affari Pubblici del Distretto Orientale della città. Dato che era l'unità di lavoro a provvedere per l'alloggio ai suoi dipendenti, le furono assegnate delle stanze che appartenevano al suo dipartimento, in una casa tradizionale con un cortile. Ci trasferimmo in quelle stanze, mentre mio padre continuava a vivere nell'appar-tamento che gli faceva anche da ufficio.

Il nostro alloggio si trovava nello stesso complesso dell'amministrazione del Distretto Orientale. Gli uffici pubblici erano ospitati per lo più in grandi residenze confiscate ai funzionari del Kuomintang e ai proprietari terrieri più ricchi. Tutti coloro che lavoravano per il governo, anche i funzionari di grado più elevato, vivevano negli uffici stessi: nessuno poteva cucinare in casa, e mangiavano tutti alla mensa, dove si riceveva anche l'acqua bollita, che veniva trasportata in appositi recipienti termici.

L'unico giorno che le coppie sposate potevano trascorrere insieme era il sabato, e tra i funzionari «passare il sabato» divenne un eufemismo per dire «fare l'amore». Pian piano, comunque, quel regime di vita così militaresco si allentò e le coppie sposate riuscirono a trascorrere più tempo insieme, anche se in genere ciascuno dei due continuava a vivere e a trascorrere quasi tutta la giornata nel complesso del proprio ufficio.

il dipartimento di mia madre si occupava di una vasta gamma di attività, che comprendeva l'istruzione elementare, la sanità, gli spettacoli e il sondaggio dell'opinione pubblica. All'età di ventidue anni, mia madre era responsabile di tutte quelle attività per circa duecentocinquantamila persone. Era tanto presa dal suo lavoro che non la vedevamo quasi mai.

[…]

Avevo compiuto da poco tre anni, quando tutti i miei fratelli e io fummo mandati via da casa all'asilo, ma in istituti diversi. Non riuscivo a capire perché mi portavano via da casa, e per protesta cominciai a scalciare e a strapparmi il nastro dai capelli. All'asilo giocavo di proposito brutti tiri alle maestre e rovesciavo ogni giorno il latte sul banco, facendolo seguire dalle capsule di olio di fegato di merluzzo. Dopo pranzo dovevamo fare una lunga siesta, ma io raccontavo storie terrificanti di mia invenzione agli altri bambini della camerata. Ben presto mi scoprirono e mi punirono mettendomi seduta sul gradino della porta.

La ragione per cui ci mandarono all'asilo era che non c'era nessuno che potesse badare a noi. Nel luglio del 1955, mia madre e gli ottocento impiegati del Distretto Orientale ricevettero l'ordine di restare tutti nell'edificio fino a nuovo ordine: era cominciata una nuova campagna politica, intesa stavolta a smascherare i «controrivoluzionari sotto mentite spoglie». Tutti dovevano passare al vaglio di un controllo rigoroso.

Mia madre e i suoi colleghi accettarono l'ordine senza discutere, dato che in ogni caso conducevano già una vita irreggimentata. E poi sembrava naturale che il Partito volesse controllare i suoi membri in modo da assicurarsi che la nuova società fosse stabile. Come per la maggior parte dei compagni, il desiderio di mia madre di servire la causa della rivoluzione era tale da sopraffare ogni tentazione di brontolare per la durezza del provvedimento.

Una settimana dopo, quasi tutti i suoi colleghi furono controllati e lasciati liberi di uscire. Mia madre fu una delle poche eccezioni: le dissero che alcuni particolari del suo passato richiedevano ulteriori accertamenti. Doveva lasciare la sua camera per trasferirsi in una stanza in un'altra ala dell'edificio. Prima del trasferimento, le fu concesso di trascorrere alcuni giorni a casa per organizzare la sua vita familiare, in quanto, come le dissero, avrebbe potuto restare confinata per lungo tempo.

La nuova campagna era stata scatenata dalla reazione di Mao al comportamento di alcuni scrittori comunisti, primo fra tutti il celebre Hu Feng. Non erano necessariamente in disaccordo con Mao sul piano ideologico, ma rivelavano una vena di indipendenza e una capacità di pensare con la propria testa che Mao trovava inaccettabile: il suo timore era che l'indipendenza di pensiero potesse condurre a un'obbedienza meno che assoluta nei suoi confronti. Egli insisteva sul fatto che la nuova Cina doveva agire e pensare come un tutto unico e che era necessario adottare misure rigide per tenere insieme il Paese, che altrimenti si sarebbe disgregato. Fece arrestare un certo numero di scrittori famosi e li tacciò di «cospirazione controrivoluzionaria», un'accusa terribile, in quanto l'attività controrivoluzionaria comportava pene severissime, fino alla condanna a morte.

Quelle misure segnarono la fine dell'espressione individuale in Cina. Quando i comunisti erano saliti al potere, il Partito aveva assunto il controllo di tutti i mezzi di comunicazione: da quel momento in poi furono le menti di tutta la nazione a essere assoggettate a un controllo ancor più rigoroso. Mao asseriva che la gente che cercava erano «spie dei Paesi imperialisti e del Kuomintang, trotzkisti, ex funzionari del Kuomintang e traditori annidati fra i comunisti». Sosteneva che lavoravano per la riscossa del Kuomintang e degli «imperialisti americani» che si rifiutavano di riconoscere il governo di Pechino e avevano circondato la Cina di una cintura di ostilità. Mentre la precedente campagna di repressione controrivoluzionaria, durante la quale era stato giustiziato l'amico di mia madre, Hui-ge, era stata diretta effettivamente contro gli uomini del Kuomintang, stavolta i bersagli erano i membri del Partito comunista e gli impiegati governativi che in passato avevano avuto rapporti con il Kuomintang.

Compilare rapporti dettagliati sul passato delle persone era stata una pratica di importanza vitale nel sistema di controllo dei comunisti ancor prima che salissero al potere, I dossier relativi ai membri del Partito erano custoditi dal Dipartimento Organizzativo del Partito, mentre quelli sui dipendenti statali che non erano membri del Partito venivano compilati dalle autorità della rispettiva unità di lavoro e conservati dalla direzione del personale. Ogni anno il superiore stilava sul conto di ogni dipendente un rapporto, che veniva inserito nel fascicolo personale. Nessuno era autorizzato a leggere il proprio dossier, e solo poche persone munite di speciali autorizzazioni potevano accedere a quelli altrui.

Per essere presi di mira in quella nuova campagna era sufficiente aver avuto un qualsiasi rapporto con il Kuomintang, sia pure tenue o vago. Le indagini venivano svolte da squadre di lavoro composte da funzionari che non avevano mai avuto alcun tipo di contatto con il Kuomintang. Mia madre rientrava fra i sospetti più gravi, e anche le nostre balie divennero un bersaglio a causa dei loro legami familiari.

[…]

Quando mia madre partì per la reclusione, mio padre l'ammonì «Sii del tutto sincera con il Partito, e abbi assoluta fiducia. Vedrai che emetterà il verdetto giusto». Lei si sentì invadere da un'ondata di avversione: avrebbe desiderato un congedo più caloroso e più personale. Ancora risentita contro mio padre, si presentò a rapporto in un'afosa giornata estiva per affrontare il secondo periodo di reclusione della sua vita, stavolta sotto il suo stesso Partito.

Essere sotto inchiesta non comportava di per sé il marchio della colpevolezza, significava soltanto che nel passato di una persona c'erano alcune questioni da chiarire. Comunque, dopo tutti i sacrifici compiuti e la lealtà manifestata alla causa comunista, mia madre trovava doloroso essere sottoposta a un'esperienza così umiliante. Una parte di lei, tuttavia, si aspettava con ottimismo che la nube scura di sospetto che pendeva sul suo capo da quasi sette anni fosse finalmente spazzata via. Non aveva nulla di cui vergognarsi, nulla da nascondere: era una comunista devota ed era certa che il Partito lo avrebbe riconosciuto.

Per l'inchiesta fu costituita una squadra speciale di tre persone, incaricate di indagare su di lei. il capo era un certo signor Kuang, responsabile degli Affari Pubblici per la città di Chengdu, il che significava che era di grado inferiore a mio padre e superiore a mia madre. La sua famiglia conosceva molto bene la mia ma, per quanto fosse pur sempre gentile con mia madre, l'atteggiamento del signor Kuang era più formale e riservato.

Come altre recluse, anche mia madre si vide assegnare delle «accompagnatrici» che la seguivano dovunque, anche in bagno, e dormivano nel suo stesso letto. Le fu detto che era per la sua protezione, ma lei capì che in realtà volevano «proteggerla» dal suicidarsi o dall'avere rapporti con chiunque altro. C'erano parecchie donne che si davano il cambio per farle da accompagnatrici, fra cui una che fu sollevata dall'incarico perché doveva affrontare anche lei la reclusione per essere sottoposta a indagini. Ogni accompagnatrice doveva stendere ogni giorno un rapporto su mia madre: erano tutte donne che mia madre conosceva perché lavoravano negli uffici del distretto, anche se non nel suo dipartimento. Erano cordiali e, a parte la mancanza di libertà, mia madre fu trattata bene.

Gli inquisitori, insieme con le donne addette alla sorveglianza, conducevano gli interrogatori sotto forma di conversazioni amichevoli, anche se l'oggetto di quelle conversazioni era decisamente sgradevole. Non che vi fosse una vera e propria presunzione di colpa, ma neanche di innocenza, e poiché non esistevano procedure legali nel vero senso della parola, c'erano poche opportunità di respingere le insinuazioni.

Il dossier di mia madre conteneva rapporti dettagliati su ogni stadio della sua vita: quando era studentessa e aveva lavorato per il movimentò clandestino, quando aveva fatto parte della Federazione delle Donne a Jinzhou e quando le erano stati assegnati incarichi diversi a Yibin. Questi rapporti erano stati redatti dai suoi superiori dell'epoca. il primo nodo che venne al pettine fra quello del suo rilascio dalla prigione del Kuomintang nel 1948: come aveva fallo la sua famiglia a farla rilasciare, se il reato da lei commesso era così grave? E non l'avevano nemmeno torturata! Quell'arresto non era stato forse una messinscena per crearle delle credenziali presso i comunisti, in modo da aprirle la strada per insinuarsi in una posizione di fiducia fra loro come agente del Kuomintang?

Poi c'era la questione della sua amicizia con Hui-ge. Fu subito chiaro che su quel punto i suoi superiori nella Federazione delle Donne di Jinzhou avevano fatto commenti malevoli nel rapporto sul suo conto. Dato che Hui-ge aveva tentato di propiziarsi il favore dei comunisti per tramite suo, sostenevano, non era possibile che lei avesse tentato una manovra simile con il Kuomintang, nel caso che fossero stati loro ad avere la meglio? La stessa domanda valeva per i membri del Kuomintang che l'avevano corteggiata: lei non li aveva forse incoraggiati per coprirsi le spalle? E si tornava sempre allo stesso, pesante sospetto: per caso qualcuno di loro le aveva dato istruzioni di infiltrarsi nel Partito comunista in posizione defilata, per lavorare a favore del Kuomintang?

Mia madre si trovava in una situazione insostenibile: doveva dimostrare la sua innocenza, ma le persone sulle quali la interrogavano o erano state giustiziate, o si trovavano a Taiwan o chissà dove. In ogni caso, erano elementi del Kuomintang, e alla loro parola non sarebbe stato dato credito. Come posso convincervi? si chiedeva talvolta esasperata, mentre rievocava per l'ennesima volta gli stessi episodi.

Le fecero anche domande sui legami dei suoi zii con il Kuomintang, e sulle sue amicizie con i compagni di scuola che, da ragazzi, si erano iscritti alla Lega Giovanile del Kuomintang nel periodo precedente alla conquista di Jinzhou da parte dei comunisti. Le linee direttrici di quella campagna classificavano come «controrivoluzionario» chiunque fosse stato responsabile di una sezione della Lega Giovanile del Kuomintang dopo la resa dei giapponesi. Mia madre tentò di spiegare che la Manciuria era un caso a parte, in quanto dopo l'occupazione giapponese il Kuomintang era apparso ai loro occhi un rappresentante della madre-patria, la Cina. Anche Mao, dopo tutto, era stato un funzionario di alto livello del Kuomintang, anche se lei non accennò a quel particolare. Inoltre, le sue amiche e i suoi amici si erano convertiti alla causa comunista nel giro di un paio di anni. Le fra detto che quei suoi vecchi amici erano stati tutti dichiarati controrivoluzionari. Mia madre non apparteneva a nessuna delle categorie condannate, ma le rivolgevano una domanda impossibile: come mai aveva avuto tanti contatti con la gente del Kuomintang?

Rimase in reclusione per sei mesi. In quel periodo dovette partecipare a parecchie adunate di massa durante le quali «agenti nemici» venivano fatti sfilare, denunciati, condannati, ammanettati e condoni in prigione, fra un tuonare di slogan e una selva di pugni chiusi levati in alto da decine di migliaia di persone. C'erano anche «controrivoluzionari» che avevano «confessato» e quindi aveva ricevuto «punizioni miti», vale a dire che non sarebbero finiti in carcere. Fra loro c'era un'amica di mia madre, che dopo l'adunata si suicidò perché, sono interrogatorio, aveva reso per disperazione una confessione falsa. Sette anni dopo, il Patto riconobbe pubblicamente la sua innocenza.

Mia madre veniva condotta a quelle adunate per ricevere «una lezione»; ma, essendo un carattere forte, non si lasciava schiacciare dalla paura, come tanti altri, né si lasciava frastornare dalla logica insidiosa e dal tono mellifluo degli interrogatori. Non perse la lucidità e scrisse la storia della sua vita con sincerità.

Trascorreva lunghe notti senza chiudere occhio, incapace di soffocare l'amarezza per un trattamento tanto ingiusto. Mentre ascoltava le zanzare che ronzavano al di là della zanzariera sospesa sul letto nel caldo soffocante dell'estate, e poi col sottofondo della pioggia autunnale che picchiettava alle finestre, e nel silenzio umido dell'inverno, rimuginava sull'ingiustizia dei sospetti che gravavano su di lei, soprattutto dei dubbi sul suo arresto da parte del Kuomintang. Era così fiera del modo in cui si era comportata allora, e non avrebbe mai immaginato che sarebbe stato quello il motivo del suo allontanamento dalla rivoluzione.

Poi cominciò a convincersi che non doveva nutrire risentimento verso il Partito perché esso cercava di conservare la propria integrità. In Cina si aveva una lunga consuetudine con l'ingiustizia; stavolta, perlomeno, era per una degna causa. Inoltre ripeteva fra sé le parole che il Partito pronunciava quando chiedeva un sacrificio ai suoi membri: «Devi superare una prova, e la sofferenza farà di te un comunista migliore».

Contemplò la possibilità di essere dichiarata «controrivoluzionaria»: se ciò fosse accaduto, anche i suoi figli sarebbero rimasti marchiati e la loro vita sarebbe stata rovinata. L'unico modo per evitarlo era divorziare dal marito e «disconoscersi» come madre. La notte, pensando a quelle tristi prospettive, dovette imparare a non piangere. Non poteva neppure rigirarsi troppo spesso, perché nello stesso letto dormiva sempre una delle «accompagnatrici» che, per quanto fosse amichevole nei suoi confronti, doveva fare rapporto su di lei senza tralasciare neanche il minimo dettaglio sul suo comportamento; le lacrime sarebbero state interpretate come un segno che si sentiva ferita dal Partito o stava perdendo fiducia nel suo giudizio. Entrambe le eventualità erano inaccettabili, e avrebbero potuto avere un effetto negativo sul verdetto.

Mia madre strinse i denti e continuò a ripetersi che riponeva fiducia nel Partito, ma anche così trovava molto pesante quell'isolamento totale dalla sua famiglia, e sentiva terribilmente la mancanza dei bambini. Mio padre non le scrisse e non andò a trovarla neanche una volta, dato che lettere e incontri erano proibiti. Ciò di cui mia madre aveva un disperato bisogno, in quel momento, era una spalla sulla quale appoggiare la testa, almeno una parola affettuosa.

Comunque, riceveva se non altro delle telefonate. Dall'altro capo del filo le giungevano battute di spirito e parole di fiducia che la rallegravano enormemente, L'unico apparecchio telefonico di tutto il dipartimento si trovava sulla scrivania della responsabile dei documenti segreti. Quando arrivava una telefonata per mia madre, le «accompagnatrici» avevano ordine di restare nella stanza con lei, ma poiché l'avevano presa in simpatia e volevano che ricevesse un po' di conforto, facevano finta di non ascoltare. L'addetta ai documenti segreti non faceva pane della squadra che indagava su di lei quindi non aveva il diritto di ascoltare le sue telefonate o di fare rapporto su di lei. Le accompagnatrici facevano tutto il possibile perché mia madre non avesse noie per quelle telefonate. Nei rapporti scrivevano semplicemente: «Telefonata del direttore Chang. Si è parlato di faccende di famiglia». In giro non si faceva che commentare quanto fosse premuroso mio padre come marito, quanto fosse preoccupato per mia madre e affettuoso. Una delle giovani accompagnatrici disse a mia madre che avrebbe desiderato trovare un marito come me il suo.

Nessuno sapeva che a telefonare non era mio padre, ma un altro funzionario di grado elevato che durante la guerra era passato dal Kuomintang ai comunisti. Considerati i suoi trascorsi di ufficiale del Kuomintang, era stato oggetto di sospetti e nel 1947 era stato imprigionato, anche se alla fine era stato scagionato. Raccontava a mia madre la sua esperienza per rassicurarla, e in effetti rimase suo amico per tutta la vita. Mio padre, invece, non telefonò neanche una volta in quei sei lunghi mesi. Sapeva per esperienza che il Partito preferiva che la persona sotto inchiesta non avesse nessun contano con l'esterno, neanche con il coniuge. Dal suo punto di vista, confortare mia madre avrebbe sottinteso una certa sfiducia nel confronti del Partito. Mia madre non gli perdonò mai di averla abbandonata nel momento in cui lei aveva più che mai bisogno di amore e di appoggio: ancora una volta, mio padre aveva dimostrato che al primo posto, per lui, veniva il Partito.

Una mattina di gennaio, mia madre stava fissando i ciuffi d'erba tremante sferzati dalla pioggia torrenziale sotto il gelsomino abbarbicato al pergolato con le sue masse di germogli verdi, quando fu convocata dal signor Kuang, il capo della squadra investigativa. Le disse che era libera di tornare al lavoro... libera di andarsene. Doveva comunque presentarsi ogni sera a rapporto. il Partito non aveva ancora raggiunto un verdetto definitivo sul suo caso.

Mia madre capì che in realtà l'inchiesta era arrivata a un punto morto: la maggior parte dei sospetti non si poteva né confermare né smentire. Anche se per lei era una conclusione insoddisfacente, relegò quell'idea in un angolino in fondo alla sua mente, tanto era emozionata al pensiero di rivedere i figli per la prima volta dopo sei mesi.

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