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Birmania: morti senza un fiore

Di Tiziano Terzani.

Tratto da In Asia, Longanesi e C., ISBN 88-304-1482-4.

Avevo scelto come base la Thailandia perché, dopo cinque anni di asettica, efficiente, fredda modernità giapponese, avevo una grande nostalgia degli odori, dei colori del caotico umano calore dell'Asia tropicale. La casa fatiscente in cui andammo ad abitare fu la più bella della nostra vita. Era di legno e stava su uno stagno in cui viveva una vecchissima, enorme tartaruga. Prima che il mio nome comparisse nella lista dei corrispondenti accreditati, chiesi, da semplice turista, un visto per la Birmania.
 
 
Rangoon, Gennaio 1991

Come tutte le dittature, quella birmana non ama i giornalisti e la copia dell'unico quotidiano stampato qui, che mi viene consegnata con la chiave della camera nello Strand Hotel, ha un editoriale che attacca "le false informazioni messe in giro da certi corrispondenti stranieri che, sotto mentite spoglie, s'infiltrano nel Paese e che il popolo birmano ha il dovere di scovare". Sono uno di quelli. Per ottenere un visto ho mentito sulla mia professione, per essere aggregato a un gruppo di turisti ho pagato una cifra esorbitante. Poi, una volta qui, con qualche dollaro in più, mi sono comprato un po' di libertà di movimento e, grazie all'aiuto di tanti normali birmani, tutt'altro che interessati a denunciarmi, ho cercato di gettare uno sguardo dietro la facciata di ordine e pulizia che la dittatura militare ha messo in piedi per turlupinare il mondo.

Rangoon è un esempio perfetto di questa immagine trompe l'oeil a uso dei turisti. Le facciate coloniali degli edifici pubblici, quelle cadenti delle case private hanno avuto di recente una mano di calce che ha coperto la muffa del tempo e i buchi delle pallottole. Le cloache sono state ripulite, le pozzanghere nelle strade riempite d'asfalto. Nei parchi della città nuove fontane gettano in aria gioiose colonne d'acqua; alla sera, nel limpidissimo cielo pieno di stelle e di uccelli, aleggiano le eleganti silhouette delle pagode. Una città tranquilla e affascinante? La capitale di un Paese in pace con se stesso? Niente affatto.

Rabbia e paura sono a fior di pelle. Ci vuol poco a scoprire che la gente, per obbedire all'ordine di rimbiancare le proprie case, ha dovuto indebitarsi, che l'acqua mandata nelle fontane manca ora ai due ospedali del centro, che la luce per le pagode è stata tolta al sistema della capitale sempre più afflitta da continue interruzioni di corrente. Fra le moderne innovazioni introdotte dalla dittatura, le guide governative amano indicare i vari viadotti che ora passano sopra alle strade principali del centro, ma basta un normale birmano a farmi notare un aspetto inquietante e poco ovvio di queste nuove costruzioni: "Da lassù i soldati spareranno sui dimostranti con più facilità che dai tetti".

Nel Settembre del 1988 centinaia di migliaia di birmani sfilarono lungo i viali della capitale chiedendo libertà e democrazia. Le dimostrazioni furono soffocate nel sangue. Ora lungo quei viali i militari hanno eretto degli alti reticolati; ai principali crocevia hanno costruito dei fortini con le feritoie rivolte nelle varie direzioni di marcia. Se qualcuno osasse di nuovo scendere in piazza a protestare, questa volta non avrebbe scampo. I dimostranti si troverebbero come in un tunnel, sotto il fuoco delle mitragliatrici.

Il terrore è un classico strumento di potere e i militari birmani fanno di tutto per tenerlo costantemente vivo nella mente della gente. Camion carichi di soldati con i mitra spianati sfrecciano per il centro di Rangoon a tutte le ore del giorno e della notte, soldati col dito sul grilletto stanno all'ingresso di ogni pagoda, di ogni monastero. L'università di Rangoon, chiusa da tre anni, è occupata dall'esercito. La casa dove dal Luglio del 1989 Aung San Suu Kyi, l'eroina del movimento per la democrazia, è tenuta agli arresti, senza possibilità di comunicazione col mondo esterno, è circondata da truppe in tenuta da combattimento. [*] Già a cinquanta metri di distanza, sul marciapiede un cartello avverte: "Vietato passare da qui". Nessuno ci prova. L'elegante edificio del parlamento è stato appena rimbiancato, ma è silenzioso e vuoto in mezzo a un parco che brulica di uniformi e di armi. 

È improbabile che lì si riuniranno presto i 485 deputati che il popolo birmano ha votato nelle libere elezioni dell'anno scorso.

Furono i militari stessi a promettere queste elezioni quando presero il potere con il colpo di Stato del Settembre 1988, ma siccome i risultati non sono stati di loro gradimento (l'82 per cento dei voti andarono alla Lega nazionale per la democrazia, il partito di Aung San Suu Kyi), i militari si rifiutarono di convocare il nuovo parlamento. I generali dello SLORC (State Law and Order Restauration Council), come la giunta militare si fa chiamare, non hanno alcuna intenzione di cedere la guida del Paese a un governo civile. Al contrario. Nei due anni al potere i militari hanno usato ogni mezzo per neutralizzare i loro oppositori. Le elezioni stesse, viste col senno di poi, sono servite a questo scopo. Con l'aiuto delle foto e delle videocassette prese durante le manifestazioni e i comizi della Lega nazionale per la democrazia, i militari sono riusciti a identificare in ogni città e in ogni villaggio del Paese i capi del movimento democratico e a eliminarli. Migliaia di studenti sono finiti nelle galere e nei campi di lavoro, centinaia sono semplicemente scomparsi. A uno a uno i neoletti deputati sono stati convocati dalle autorità militari e, con ricatti e minacce, sono stati costretti a firmare una dichiarazione in cui riconoscono l'autorità dello SLORC. Chi non ha firmato è finito in prigione. Dieci, prima d'essere presi, sono riusciti a scappare nelle zone di confine con la Thailandia e hanno formato un governo in esilio che nessun Paese del mondo però riconosce.

Amnesty International, nel suo ultimo rapporto sulla situazione in Birmania, parla di "esecuzioni sommarie, di diffusa pratica della tortura, d'inspiegabili decessi fra i detenuti". Nonostante questo i Paesi della Comunità europea per esempio non hanno potuto far di più che raffreddare i loro rapporti con Rangoon e congelare i loro aiuti alla Birmania. Anche questo non durerà a lungo. Col passare del tempo già cresce la pressione di chi vuole riprendere la cooperazione e il commercio.

"Il governo militare è illegittimo", dice un diplomatico occidentale, "ma è l'unico governo che ha il controllo del Paese." I birmani sono i primi a dover fare i conti con l'immoralità di questa "realistica considerazione".

"Veniamo massacrati. La prego, informi le Nazioni Unite", trovo scritto in inglese in un biglietto che un uomo mi lascia accanto sulla panchina di un parco. Un gesto patetico. Un'illusione. Le Nazioni Unite hanno poco da dire. Un tentativo fatto a Ottobre di far passare all'Assemblea generale una risoluzione che condannasse il governo di Rangoon è stato bocciato ai primi passi su insistenza della delegazione giapponese. Tokyo ha in Birmania enormi interessi economici da difendere. Le Nazioni Unite continuano con i loro programmi di assistenza e milioni di dollari continuano ad arrivare nelle casse del Paese. La dittatura ne approfitta senza alcuna reticenza e continua a violare i più basilari principi su cui l'organizzazione internazionale si fonda.

"Vuole sapere qualcosa sulle deportazioni?" dice la voce di un uomo che mi telefona in albergo. C'incontriamo dopo il tramonto in riva al lago Inle. L'oscurità è tale che non vedo la sua faccia, ma le sue informazioni sono precise: interi quartieri di Rangoon, da cui venivano i dimostranti più radicali durante i moti per la democrazia, sono stati svuotati; la popolazione è stata costretta a lasciare la capitale e rilocata in certi lontani insediamenti. Il governo parla di "nuove città", la gente di "campi di concentramento".

Uno di questi posti è Dagon, 10 chilometri a nord di Rangoon. "Senza disciplina non c'è progresso", dice uno slogan governativo all'ingresso. La vista è sconvolgente. In una desolata pianura, senza un solo albero, in rudimentali baracche di legno vivono ora 20.000 persone. La sola acqua che hanno a disposizione è quella stagnante della palude su cui ronzano nugoli di zanzare. Il sole scotta e la terra è riarsa. Impossibile coltivare alcunché. La gente continua a cercare lavoro in città. Chi viene però trovato a Rangoon dopo il tramonto finisce in galera. Allo stesso modo della capitale, ogni città della Birmania è stata "ripulita" e gli "indisciplinati" sono stati mandati a vivere in nuovi insediamenti. Il mondo non ha protestato. Le Nazioni Unite non hanno sospeso i loro programmi di aiuto. A Pagan, la città delle diecimila pagode, l'intera popolazione che viveva entro le vecchie mura è stata deportata nel giro di tre giorni. Le Nazioni Unite continuano a pagare per il restauro delle pagode.

Un altro orrore di cui la dittatura continua a essere responsabile è quello dei "portatori". Migliaia di uomini vengono catturati dai militari, spesso a caso, per essere usati come bestie da soma nelle zone montagnose di confine dove il governo di Rangoon combatte le minoranze etniche che vogliono l'indipendenza. "Un mio vicino tornava a casa dopo il coprifuoco. I soldati l'hanno preso e portato via", mi racconta un taxista. Cerco l'indirizzo della famiglia. La moglie conferma la storia. Dell'uomo si sono perse le tracce da sei mesi. Ho sentito decine di simili storie. Nel nord della Birmania ho incontrato un uomo che, andando per affari nella città di Lashio, ha visto una colonna di camion militari coperti da tendoni di bambù che trasportavano centinaia di giovani verso la frontiera. Fra quelli ha riconosciuto un nipote che era stato arrestato a Maggio. Pochi "portatori" tornano a raccontare cosa succede loro nelle montagne, ma quando ci riescono quel che hanno da dire è raccapricciante. Legati ai loro carichi di munizioni e di cibo, i "portatori" vengono mandati in avanscoperta nei campi minati e usati come scudo dai soldati in battaglia. I loro cadaveri, coperti di foglie, sono abbandonati lungo i sentieri. Di quest'orrore, fuori della Birmania, si sa poco o nulla.

In qualche modo la tragedia birmana non è entrata nella coscienza del mondo. Difficile spiegare perché. Un migliaio di morti nel centro di Pechino scosse l'opinione pubblica internazionale e grava ancora sull'immagine della Cina. Due, tre, forse 4000 morti ammazzati in Birmania su una popolazione di appena 42 milioni non hanno pesato altrettanto. Per confondere la memoria del mondo i generali di Rangoon hanno ribattezzato il loro Paese e, chiamandolo Myanmar, hanno come spazzato via dal ricordo la Birmania e il suo massacro.

Quanti furono i morti non si sa, ma in due settimane girando per il Paese, in treno, in nave, in autobus si ha la sensazione di un bagno di sangue che la gente qui non potrà facilmente dimenticare. Una ragazza mi racconta di 300 morti nella città di Pymmana e di una cava di pietra in cui alcune centinaia di studenti sono condannati ai lavori forzati; un mercante di legname mi parla di una fossa comune poco fuori della città di Taunggyi dove i soldati avrebbero buttato, assieme ai morti, decine di persone ancora agonizzanti.

Una vera minaccia al regime non esiste più. I ventimila studenti che erano andati nella giungla alla frontiera thailandese sperando di organizzare una guerriglia contro la dittatura sono in parte tornati a farsi perdonare, arrestare o uccidere. Il resto della popolazione ha piegato la testa. Il terrore ha funzionato. Nessuno suona più un colpo di clacson in segno di solidarietà, passando davanti alla casa di Aung San Suu Kyi. Nessuno mette un fiore sui luoghi del massacro. Nessuno scrive sui muri della capitale un semplice slogan contro i militari. "Non abbiamo armi, non abbiamo capi, non abbiamo più coraggio", dice un uomo che è stato militante nella Lega nazionale per la democrazia, "se qualcuno per strada urlasse 'abbasso la dittatura' la gente oggi scapperebbe via impaurita."

La speranza è che un cambiamento venga da fuori. "Il mondo non può dimenticarci", mi son sentito dire varie volte durante questo viaggio. Il triste è che il mondo sembra avere troppe tragedie per le mani per occuparsi anche di quella, lontanissima, di 42 milioni di abitanti d'uno strano Paese ora chiamato Myanmar.

[*] Aung San Suu Kyi, insignita nel frattempo del premio Nobel per la pace, vive tuttora in quella casa, ancora agli arresti domiciliari.

 
 
 
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